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Salvator Rosa e la filosofia

Il fenomeno del Novecento alla prova d’una critica del giudizio

Michele Barbieri (Autore)

Fuori collana - area umanistica

Il Novecento è terminato da un quindicennio, ed è tempo di darne un giudizio – ma senza rifarne la storia, bensì mettendone la personalità alquanto frantumata dinnanzi ad uno specchio non troppo deformante. Respingendo il progetto d’una costituzione europea, col referendum del 2009 la Francia ha rinunciato al suo ruolo storico di laboratorio costituzionale, e l’Europa ha perduto il ‘senso’ della politica. La mano è passata ai tedeschi. Nello spazio d’un secolo noi vediamo rinnovarsi per la terza volta, ma con mezzi pacifici, lo sforzo egemonico che premierebbe nella Germania l’unica grande nazione occidentale ancora priva di riconoscimento in un suo Secolo. Resta da vedere se il XXI conoscerà un primato tedesco anche sul piano immaginario, oltre che bancario.

Questo è un saggio di Estetica Politica: studio di personalità immaginarie còlte o rese in una forma, e discusse per giudizi. Il neologismo “Imagologia”, che vorrebbe titolare una disciplina accademica di studio delle opinioni sulle personalità nazionali, rende solo in minima parte la varietà delle forme logiche politecniche e politiche, o filologiche metafisiche e drammaturgiche, sotto cui si presentano le personalità immaginarie in generale. I nostri sensi possono contemplare il pensiero, e cose invisibili possono rendersi discutibili in un giudizio politico mediante lunghi procedimenti politecnici.

Ammesso un cuginato somatico fra Seicento e Novecento, è stato scelto un epicentro sismico capace di mettere in movimento tutto un vasto macchinario di associazioni. Specchiarsi nel Seicento può giovare al Novecento, perché alla filtrazione degli emblemi provenienti dall’antichità, o dal subconscio, il XX secolo ha preferito una fenomenologia delle apparenze riordinata in un’ermeneutica delle bibliografie. Con le avanguardie novecentesche, e in particolare col surrealismo, noi disponiamo di accessi antropologici agli stati contemplativi degli albori poetici; ma una pratica dispersiva ha distolto l’attenzione dalle potenze seminali residenti nella percezione e nell’auscultazione. Occorre correggere la lezione surrealista con pragmatico raccoglimento politecnico.

Lo Spavento è frutto di un momento di raccoglimento, allorché un uomo come Salvator Rosa dovette interrogarsi circa la sua indole e la sua vocazione. Invitato a praticare discipline di virtù morale, e forse anche fisica, con ermetico pudore egli dichiarò la sua rinuncia al sacrificio ingrato. Un filo ideologico lega quest’opera a dialoghi come il De voluptate di Lorenzo Valla; e simili filosofie letterarie o figurative possono suggerire prosopopee d’una moralità opposta rispetto al raccoglimento penitenziale del Secretum petrarchesco.

Partendo dai giudizi della critica su di una personalità empirica, in questo libro la trattazione perviene, in generale, ad una critica del giudizio di deciso orientamento antistoricista e anticriticista. Questa è un’opera politica che va contro Socrate e contro Kant per la logica e la morale, contro Spinoza per la metafisica. Ma essa va anche contro Rimbaud per la poesia. Non da un ragionato sregolamento di tutti i sensi, bensì correggendo la tipica indole dispersiva dell’intellettuale italiano può riprendere forza il nostro ingegno nazionale. Al paradigma poetico: sincerità di Saba, precisione di Gozzano, virilità di Quasimodo può ben corrispondere in filosofia il paradigma: sincerità di Montaigne, precisione di Valla, virilità di Leibniz. Il quarto requisito dell’eleganza può assolvere il ruolo pragmatico di “giustizia”, o forma, nel redigere i due libri platonici della città e dell’anima.

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prezzo € 50

Condizioni di vendita

pp. 760  formato 17x24

con illustrazioni a colori

anno di edizione 2015

isbn  978-88-6032-345-3

supporto cartaceo

Edizione digitale non disponibile

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